PISCOPIO di
Calabria Home Page
( Proviene da PATAMòS. Visione meridionale. Istituzioni. )
Lettera aperta a Matteo COSENZA, Direttore de Il Quotidiano della Calabria.
e p.c. : Giorgio Bocca, Eugenio Scalfari, Romano Pitaro, Domenico Cersosimo, Luigi Pandolfi, Agazio Loiero, Tonino Perna, Aldo Varano, Giovanni Potente, Florindo Rubettino, Domenico Minuto, Domenico Talia, Vittorio Cappelli, Massimo Veltri, Matteo Cosenza, Angelo Cannatà, Enzo Arcuri, Francesco Talarico, Luigi M. Lombardi Satriani.
I paludati commentari del 150° anniversario dell’Unità di Italia
Non so decidermi, tra Totò e Peppino ed il Gatto e la Volpe. Sono lì da qualche settimana, ospiti del Suo giornale on line. Da qualche settimana compaiono su Il Quotidiano della Calabria. Mi riferisco a Giorgio Bocca ed Eugenio Scalfari, paludatissimi italiani, resi famosissimi ancor più dalle loro penne, consacrate ai destini dei vincitori piemontesi, dinasti savoiardi e succedanei. E gli fan corte i succitati Intellettuali, rigorosamente in livrea di Meridionalisti. Per carità, tutte persone di rango.
E tuttavia non è un caso se Nicola Zitara, Càstore e Pollùce li trattava a pesci in faccia, giornalisticamente parlando; essendo egli mite di temperamento, ma ispido politicamente scrivendo. Con garbo abrasivo, in ogni occasione, in cui poteva abbinarli alle sventure del Meridione, li sbeffeggiava e li definiva Traditori.
Alle prime volte restavo perplesso – ero giovane, ero affascinato dalla retorica dei Resistenti e degli Oppositori – e meditavo di mio, nel dubbio. A mano a mano, ero costretto ad indagare le ragioni. E puntualmente scoprivo la doppia visuale, e la doppia schizofrenia che essa mi procurava.
Alla fine – dopo trenta anni e più – ho accettato l’evidenza, dal punto di vista meridionale, ovviamente; timoroso in ultimo di qualche scomunica o interdetto, da questo Papa allergico ai Relativismi, la cui Chiesa va per la maggiore da queste parti; e da più di mille anni.
Ho dovuto, anche, superare un blocco psicologico ed antropologico insieme, molto rigido; almeno per Eugenio Scalfari : Meridionale, Vibonese, di successo e fascino editoriale e giornalistico estremo, un poco Piscopisano. Scarna per la verità la notizia, vi fece riferimento Egli stesso; più colorita la memoria di mia madre, con qualche suo ricordo di vita nei tristi tropici fascisti, nel luogo dove sono nato e deciso a viverci – Piscopio di Calabria. Si racconta che Vi passò qualche periodo, in fuga dalla Capitale in guerra con se stessa; e tuttavia si sorvola nel dire che a Roma gli Scalfari vi erano approdati provenendo dal Vibonese, e dalle terre piscopisane pure.
Nella mia famiglia si faceva qualche allusione, a questa presenza nazionale, diventata importante, che allora vestiva i panni del “principino” nel deferente linguaggio paesano, privilegiato di suo dall’antropologia risorgimentista : i suoi antenati coltivavano le terre possedute in Piscopio di Calabria; con le mani callose dei contadini impoveriti dall’Unità d’Italia e defraudati dalla speranza “garibaldina” di avere terre per sé e famiglia, piuttosto che sgobbare per la Chiesa ed il Re (Borbone). E si ritrovarono scavallati dalla Storia. Finirono sudditi della Chiesa sempre, e di un Re (Savoiardo), nuovo e galantuomo però.
Nella mia famiglia si rievocavano dunque queste memorie, ed altre presenze : un nostro bisnonno “garibaldino” fatto Sindaco dal Re Galantuomo e poi da quello Buono, i “ ’ngnuri ” con palazzo a Monteleone; Città nei secoli fedele, che conquistò il nostro Comune autonomo un poco anarchico; Città che il Fascio ribattezzò Vibo Valentia, in onore della propria servitù a Roma, risalente alle guerre puniche; però lasciò intatta la proprietà terriera e la sudditanza contadina.
Per farla breve, guardando con ammirazione l’uomo “piscopisano” di successo, per anni, mi sono impedito di guardarlo con gli occhi relativistici di Nicola Zitara. Infine la micro-Storia prevalse sulla Macro-Storia, quella paludata, appunto.
Dovete sapere, dunque, che alcuni fatti riscoperti e ri-vissuti in controtendenza intellettuale, professionale e sociale, mi portarono fuori tema nella visione e nella pratica di vita; e fu Nicola Zitara che mi aiutò a ricostruire il mio linguaggio immemore. Ma questa micro-Storia merita un Capitolo a parte, che vi dedicherò in avanti.
Gli Scalfari, dunque, i Capialbi, i Marzano, i Morelli, i Bisogni, avevano terre floride in Piscopio di Calabria. Limitate dalla natura, circoscritte dai vassallaggi, ma coltivate da devoti contadini poveri, duri come lecci, irriducibili ad ogni dominio; venivano da stirpi trapiantate per sopravvivere; e s’erano radicati fortemente sul terreno – tanto che i dominanti del territorio passavano; e loro, no; erano queste famiglie tribali una cosa sola col terreno, reso pingue dal sudore, dalla fame, dalla paura di perire : Uliveti, Vigneti, e grano e cereali, e frutta d’ogni stagione : Noceti, Pruneti, Ciliegeti, Pereti, Meleti (le Annurche, aha! Le Annurche !! altro che le insipide Melinde!); c’erano le Nocciole (quelle coloniali della Nutella d’Alba, sì!); in qualche angolo protetto, anche le banane eritree – due volte coloniali - e l’uva Zibibbo, declassata dal Moscato d’Asti a residuo evolutivo fossile magno-greco.
Tutto è passato ormai. Da ultimo, grazie al liberal-liberismo del grande Statista Einaudi Prof. Luigi - il quale garantì i mutui trentennali alle Langhe del Resistente Giorgio Bocca allo 0,2%; in cambio di contadini sudici agli Agnelli, in cerca di manodopera a basso macello –; da ultimo anche il Sole dell’Avvenire, promesso in salsa social-comunista. A chi era nato nel sole mediterraneo, il trasloco fu fatale, perché gli mutò l’accento fonico : neeh! E da allora non parlarono più con i Cugini d’Italia.
Tutto passa, da sempre in verità. Da quando queste stirpi ispide, dal profondo Medioevo – forze di natura selvatica, marronizzate a suon di razzismo pietoso, di ostracismo provvidente, dalla perenne Chiesa latina, cattolica, apostolica e romana – si abbarbicarono all’Albero della Libertà. Lo avevano scambiato per un nuovo cultivar.
Piscopio di Calabria fu uno dei primi, nel 1810. E non sono ancora riuscito a capire come mai.
Oggi ( 2011 ) nei nostri borghi viciniori si festeggia ( ? ) il 200° anniversario della nascita della civiltà nazional-francese. Tuttavia sono in pochi a sapere che questo Casale, residuato medievale, si ribellò a Chiesa e Re, mandando a quel paese quel poco di legittimità rassicurante, che gli veniva dalla Storia degli altri; e guadagnò ancor meno la libertà, che sarebbe venuta da sé stessi.
Scavai a lungo nelle poche carte, rievocai frasi smozzicate di storie truci – nella mia Ruga, da bambino evitavo con cura un masso, su cui di notte aleggiava “ u spirdu “ ed altre amenità; che con gli anni si moltiplicarono, facendo ai nostri tempi più prossimi una conta malevola di uccisioni e malavita e malasanità e malaciviltà.
Fu uno scritto di Sharo Gambino che mi aiutò a capire: in tantissime famiglie aleggia l’odore fetibondo della guerra civile, fratricida, mai sopita, mai pacificata. Furono i suoi racconti che mi riportarono, per induzione logico-sociale, ad un fantasma senza connotati di un bis-avolo finito male in prigione forse, o brigante, o delinquente, o migrante della sorte, sulla sua cattiva strada. Da quel nome, senza volto, senza storia, ricavo ancora la mia esistenza contro-variante, e la dedico a Piscopio di Calabria, reso ormai Discarica della Storia.
Infine. Carissimi Giorgio Bocca ed Eugenio Scalfari, e perdonate l’ardire del colloquiale interloquire, venite a vedere di che c. di civiltà viviamo, ultimi dei Mohicani di Calabria, a Piscopio di Calabria, reso frazione di Vibo Valentia dai succitati notabili auto-aristocratici, nel volgere del Fascio littorio. Venite a vedere, Voi che siete autorevoli, conosciuti, ascoltati nei sacri luoghi delle Istituzioni patrie trinitarie; venite Voi a dire a : Sindaco, Prefetto, Questore, Procuratore, Colonnelli di CC, PS, GdF, Vescovo infine; a tutti i Costituzionali di Italia, che in questa Discarica della Storia quattro delinquenti, pagati dallo Stato occulto, ci fanno vivere da paria intoccabili.
E poi tornate a scrivere sui Vostri libri e giornali, on line anche – con tipografie e webmaster a P.IVA rigorosamente al di sopra della Linea del Volturno – che qui si ostinano, i pochi irriducibili, a restare nei tuguri; specificando, con dottrina e sapienza più di me più dotati, che la colpa o l’errore o la patologia di questo sfasciume è la mia: che sono un poco tetragono a sentire le ragioni degli altri, destinati agli Onori d’Italia; e non Vostra, che avete tradito pure al Vostro Garibaldi.
Con osservanza
P.S. : Vi venisse in mente di associarmi ai recenti trasformisti del meridionalismo ascaro, lestofante e falso-borbonico, ( del genere : aprili, movimenti meridionali, patruni, jacche books ) sappiate che mi professo rigidamente dell’Ordine di Lucrezio, per la Fisica, e di Bruto, per l’Etica.
Carissimo Direttore,
mi consenta, senza ironia; la Sua barba mi predispone empaticamente alla mia. Ma anche con Lei ho avuto un piccolo blocco psicologico. Mi scusi l’indiscrezione. La domanda impertinente ? Ma ? sarà che la struttura del Sito WEB rimanda a riferimenti altri : Il Sole 24 Ore, Finedit, ed altri Loghi; ? Ma ? La P.IVA, il Suo editore in capo, dove l’ha aperta?
Invecchiando, m’è venuta questa fisima. Prima di interloquire annuso la P.IVA e, quando scopro che è localizzata al di sopra della Linea del Volturno, mi piglia una idiosincrasia elettronica ai meridionalismi enunciati e poco praticati.
Mi perdoni, l’ultima sfacciataggine. Non è che il Suo giornale vorrebbe sostenermi nel richiedere indietro i diritti d’autore sul Teorema di Pitagora e sulla Legge di Archimede ?
Con molta stima, Bruno Cutrì